Usiamo cookie essenziali e, con il tuo consenso, cookie analitici e di marketing per migliorare il sito. Cookie Policy

Modena a piedi: due ore dal Duomo al mercato
Modena Guide
Things To Do

Modena a piedi: due ore dal Duomo al mercato

Due ore a piedi in una città che sta in tasca e non si comporta come tale. Una cattedrale iniziata nel 1099, una torre che pende, una secchia rubata che ha generato un poema eroicomico, e un mercato del 1931 dove la frutta è impilata come se dovesse essere giudicata.

EmanueleMay 2, 20267 min read
Durata
Due ore a piedi. Tre se il mercato ti prende la mano
Partenza
Piazza Grande, 13 minuti dall'appartamento — fuori da Via San Martino, verso ovest
Costo
Gratis, tranne la salita alla Ghirlandina. Duomo e piazza non costano nulla
Attenzione
Il Mercato Albinelli la domenica è chiuso. Banchi lunedì-sabato 7:00-15:00, il sabato fino alle 19 da metà settembre a fine maggio

Modena è una città piccola che non si è mai comportata come tale. Due ore a piedi e avrai visto una cattedrale UNESCO, una torre che pende e lo sa, e un mercato dove la frutta è impilata con la serietà di un prospetto informativo. Scarpe comode. E un appetito con scadenza lunga.

Dalla porta di casa: tredici minuti. Si esce da Via San Martino, si va verso ovest, e si continua finché la strada smette di fingere e si apre nella piazza.

Piazza Grande — la pietra che parla

La piazza è patrimonio UNESCO dal 1997 insieme al Duomo e alla torre, che è il tipo di referenza che non ha bisogno di comunicato stampa. Mettiti al centro e noti che il meccanismo funziona: il potere civile da una parte, quello ecclesiastico dall'altra, e in mezzo una lastra di marmo rosso, tre metri, chiamata Preda Ringadora — la pietra che parla.

Alza lo sguardo all'angolo del Palazzo Comunale e trovi La Bonissima, una piccola figura di pietra che nessuno è mai riuscito a identificare con certezza. Le ipotesi: la personificazione della giusta misura nei mercati, una nobildonna caritatevole, un'allegoria dell'onestà cittadina. Quattro secoli di studi, e la città ha concluso non si sa, ma resta lì. Che è, onestamente, la risposta giusta.

La pietra non era un palco per chi parla

Qualcuno in piedi sulla Preda Ringadora, in Piazza Grande a Modena, con il Duomo e la Ghirlandina sullo sfondo

In piedi sulla Preda Ringadora, il Duomo da una parte e il Palazzo Comunale dall'altra. Settecento anni dopo, chi ci sale lo fa per vedere meglio la piazza — e non per dichiarare bancarotta.

Viene voglia di leggere la Preda Ringadora come un primo esperimento di libertà di parola. Era l'opposto, e il dettaglio lo dimostra. Tre metri di marmo rosso con tre funzioni documentate, tutte e tre dell'autorità: palco per i proclami ufficiali, lastra per esporre i cadaveri di sconosciuti perché qualcuno potesse dargli un nome, e il rito dei debitori insolventi.

Quel rito, dai documenti dell'Archivio Storico Comunale: il giorno di mercato il fallito attraversava la piazza a testa rasata, con un copricapo apposito, preceduto da una tromba. Poi si dichiarava fallito e si sedeva sulla pietra — "ben unta de trementina" — pronunciando tre volte cedo bonis, rinuncio ai miei beni. Per tre sabati di fila, su richiesta dei creditori.

Questo non è un pulpito. È una procedura di insolvenza con pubblicazione obbligatoria: il debito si estingue, il merito di credito viene distrutto in piazza, davanti alla controparte, con l'annuncio sonoro. Un avviso di default con la tromba, e la tua faccia data in garanzia.

Un granello di verità nel nome c'è — ringadora viene da arringare, e l'arengo era l'assemblea generale del comune medievale. Ma l'arengo erano i cittadini maschi a pieno titolo, una minoranza, e già dal Duecento viene svuotato a favore di consigli ristretti e di un podestà di nomina.

E allora cosa succedeva se salivi lì sopra e attaccavi chi comandava a Modena? Non salivi. La critica al potere, in queste città, non ha mai avuto un palco: ha avuto una cassetta anonima. Pasquino a Roma dal primo Cinquecento, versi appuntati di notte e senza firma; il Gobbo di Rialto a Venezia, che era a sua volta podio per i proclami e palo della gogna, e che si diceva tenesse corrispondenza con Pasquino.

La libertà di parola, in Italia, non nasce su una pietra. Nasce su un foglio senza firma, attaccato al buio. Questa pietra serviva esattamente all'opposto: a renderti identificabile, soprattutto quando non pagavi i tuoi debiti.

Il Duomo — 1099, e con una certa fretta

Iniziato nel 1099, Lanfranco architetto, Wiligelmo a scolpire la facciata. Entra. Poi — ed è la parte che tutti saltano — giragli attorno piano e leggi i rilievi: la Genesi, nella pietra, scolpita da un uomo che aveva evidentemente deciso che il dodicesimo secolo lo avrebbe preso sul serio.

Dentro, la cripta è bassa, fredda e piena di colonne, ed è dove la città tiene San Geminiano.

La secchia

La Secchia Rapita. Bologna e Modena non sono sempre state due vecchie amiche. Il 15 novembre 1325 si affrontano in campo aperto a Zappolino, ed è una battaglia vera: sangue, ossa rotte, corpi per terra. Vince Modena. A cose fatte, secondo la tradizione, tornando a casa i Modenesi portano via una secchia di legno da un pozzo bolognese. Non territori. Non oro. Una secchia.

Bologna non se n'è mai del tutto ripresa, e nel 1622 Alessandro Tassoni ne ha fatto un poema eroicomico che sta ancora nelle antologie. L'originale è custodito in Palazzo Comunale, nel Camerino dei Confirmati; nella Ghirlandina, dove stava in origine, se ne vede oggi una copia. Sette secoli di custodia su un contenitore che all'acquisto valeva all'incirca nulla. Le operazioni migliori non riguardano mai il sottostante.

La Ghirlandina — quasi novanta metri, leggermente fuori asse

La torre sfiora i novanta metri e pende di circa 1,1 gradi verso sud-ovest, monitorati dal 2003 con un pendolo elettronico. Pende da parecchio, con discrezione, senza drammi, e la città ha deciso che è una caratteristica. Sali, se è aperta: il panorama è la pianura padana che fa quello che fa la pianura padana, cioè continuare.

La libertà di parola, in Italia, non nasce su una pietra. Nasce su un foglio senza firma, attaccato al buio.

Mercato Albinelli — o di mattina, o niente

Aperto nel 1931 — ferro e ghisa, tardo-Liberty, con coperture a shed che lasciano cadere la luce dall'alto, e una fontana al centro con sopra una bambina di bronzo che regge la frutta, di Giuseppe Graziosi. Questa è la vera cattedrale, e la funzione è alle nove del mattino.

Compra il Parmigiano da chi ti chiede di quanti mesi lo vuoi prima di dirti il prezzo. Compra i tortellini a un banco dove dietro il vetro qualcuno li sta chiudendo a mano. Fai domande — Modena risponde diffusamente, e le risposte sono quasi sempre migliori della guida.

I banchi sono aperti dal lunedì al sabato, 7:00–15:00; da metà settembre a fine maggio il sabato si tira fino alle 19. La domenica è chiuso, e questa è l'unica informazione di tutto l'articolo che ti rovina la giornata se la ignori.

E poi

Questo è il giro. Due ore, tre se il mercato ti prende la mano. Da lì sono tredici minuti per tornare in una cucina dove puoi mettere al lavoro tutto quello che hai appena comprato — che è, alla fine, l'unica ragione onesta per affittare un appartamento invece di una stanza.

Duomo, Ghirlandina e Piazza Grande hanno orari propri, e la torre chiude con il brutto tempo. Controlla il giorno prima. Fotografie di Emanuele Fratantuono.

Dormi nel cuore di Modena

Martin's Home è a pochi passi da tutto quello che hai appena letto. Prenota diretto e risparmia fino al 15%.

Verifica la disponibilità e prenota diretto